Maria

L’acqua scrosciava con forza sulle pietre, scivolando sui fianchi rocciosi per poi abbeverare l’erba e il terreno, attraversando le fenditure più in basso e infiltrandosi tra le rocce seguendo percorsi microscopici, ma vecchi di migliaia di anni, e infine – impiegando più tempo di quello che c’era voluto per scendere dal cielo – sbucare in una vasta cavità sotterranea, e cadere con un tocco sonoro sulle spalle di una ragazza, che nemmeno se ne accorgeva.
Era giovane, si vedeva, non poteva avere più di sedici anni, i capelli neri e lunghi sporchi di terra e di fango raccolti in una coda, il volto affilato di chi mangia poco, e un fisico irrobustito dalla vita all’aria aperta, sempre in fuga.
Era piegata sulle gambe davanti a un piccolo mucchio di legna e stava armeggiando con la cella di energia di un vecchio fucile al plasma. Le dita sottili si muovevano agili, con estrema attenzione, era evidente che sapeva quello che stava facendo. Teneva la lingua fuori su un lato della bocca, cosa che le dava un’aria particolarmente infantile. Improvvisamente una piccola scintilla emerse da un lato della cella, e con un lampo la legna si incendiò facendola quasi cadere all’indietro per la sorpresa, per poi emettere un mugolio soddisfatto e allungare le mani sul fuoco. «Ce l’hai fatta Maria…»
Disse una voce nell’oscurità.
« Ne dubitavi?» Replicò la ragazzina con un sorriso allegro.
Ombre emersero dal buio, una decina, ognuna con un bastone di legno, volti terrei, scavati, tratti che luce del fuoco non faceva che allungare. Barbe sporche e vestiti che oramai avevano smesso da tempo di pulirsi da soli, in silenzio si avvicinarono e uno alla volta allungarono i loro bastoni che presero immediatamente fuoco. Poco alla volta la luce si estese a tutta la vasta caverna, rivelando colonne di roccia salmastra che l’acqua aveva formato nel corso dei millenni.
Maria le guardò distrattamente, oramai le conosceva tutte, quando era una bambina, nei primi tempi, ci aveva giocato attorno, aveva inventato storie fantastiche di principesse e castelli fatati, quello era il suo regno, il suo orsetto Miloù il suo fedele primo ministro, e Jack e Pedro, i suoi sudditi. Ma adesso era cresciuta, non era più una bambina, anche se non sapeva esattamente quanti anni avesse. Miloù era laggiù da qualche parte, in un pozzo profondo in cui l’aveva gettato l’anno prima, quando aveva ucciso per la prima volta. Era stato un gesto impulsivo, forse per dimostrare che era grande, e che non aveva più bisogno di lui. Ma adesso ne sentiva la mancanza, e in certe notti se lo immaginava laggiù in fondo, da solo, che si attivava e la chiamava, e allora le si stringeva il cuore e si sentiva un’ingrata, una stupida ingrata che aveva gettato il suo amico nell’oscurità. Un paio di volte aveva pensato di scendere la sotto, ma non sapeva come fare, avrebbe avuto bisogno di un levitatore personale, cosa che ovviamente non aveva, e dubitava che qualcuno degli altri l’avrebbe aiutata.
Jack e Pedro di sicuro lo avrebbero fatto, ma erano morti, uccisi da un gruppo di collaborazionisti.
Un’ ombra calò su di lei, e spinta forse da quei pensieri istintivamente cercò la pistola che portava infilata nei pantaloni.
«Sono io piccola…» Disse la stesse voce che aveva parlato dall’oscurità e che apparteneva ad un uomo alto, con dei radi capelli grigi. Se fosse stata ancora quella bambina che giocava ai reami fatati, il suo volto l’avrebbe spaventata: era orribilmente deformato da una cicatrice che gli attraversava metà della faccia, passando di traverso sull’occhio sinistro, mentre l’altro, l’unico che rimaneva, era di un verde intenso. Maria si rilassò, mentre l’uomo sfigurato si lasciava cadere accanto a lei. Aveva in mano un sacco realizzato con una vecchia giacca, la giacca di Pedro, pensò cupamente. Senza dire una parola lo aprì e ne estrasse un grosso animale dalla pelliccia grigia, il naso schiacciato, e una spessa coda bianca.
«Ti ho portato la cena.»
Specificò l’uomo con un sorriso dolente.
Maria fissò l’animale, un urtek, e in qualche modo riuscì a nascondere il suo disgusto. Erano giorni che non mangiavano altro, e quei cosi sapevano di merda aromatizzata al vomito. Erano settimane che non riuscivano a mettere le mani su nessuno dei vecchi depositi Imperiali o alle scorte dei collaborazionisti, e la scelta del menù era di conseguenza alquanto limitata.
«Mi spiace, vorrei poterti offrire di meglio…»
Disse l’uomo scuotendo la testa. Maria non rispose, allungò la mano e afferrò l’animale, estrasse il coltello che aveva infilato nello stivale e iniziò lentamente a scuoiarlo.
Ricordava vagamente che c’era stato un tempo, prima dell’invasione, in cui il loro cuoco automatico le preparava tutto quello che voleva, e ogni tanto si trovava a ripensare alle verdure che lei si rifiutava sempre di mangiare e a suo padre che le allungava di nascosto qualche dolcetto, senza farsi vedere dalla mamma, dandole sempre un piccolo buffetto sul naso. Ricordi, ecco tutto quello che aveva. Rimpianti, perché i suoi genitori erano morti, uccisi da una banda di collaborazionisti che era entrata in casa loro in cerca di chissà cosa, e avevano massacrato la sua famiglia. Sua madre era riuscita a nasconderla in un piccolo stanzino della cantina, e l’ultima cosa che le aveva detto, era stata.
«Fai silenzio tesoro, qualunque cosa succeda, fai silenzio.»
E lei lo aveva fatto. Quegli esseri, perché Maria faticava a considerarli umani, li avevano trascinati di sotto, e lei, attraverso il passaggio per i droni delle consegne di suo padre, aveva visto tutto.
Quelle urla, i pianti, e gli occhi di sua madre puntati verso di lei mentre veniva violentata, l’avrebbero tormentata per sempre.
Era rimasta chiusa in quello sgabuzzino per ore, o forse di più, con Miloù stretto fra le braccia, fino a quando quello stesso uomo che aveva accanto non l’aveva trovata, anche se all’epoca di occhi ne aveva due.
«Piove ancora eh…»
Constatò l’uomo spostandosi leggermente per evitare una goccia che gli cadeva sulla testa.
«In questa stagione piove sempre…»Replicò lei in tono piatto, mentre tirava via le budella dall’urtek.
«E’ strano come sono proprio le cose più semplici che ti mancano, la regolarità del controllo climatico, il sapere sempre quando piove o c’è il sole…»
«Se senti Bernard ti dirà che lui sa sempre quando piove o meno, perché gli fa male un ginocchio…»
Rispose con un sorriso, cosa che provocò una risata, risata che si spense cupamente.
«Questo tempo però non aiuta il morale. Laggiù alcuni stanno pensando di arrendersi…»
Maria si bloccò, la punta della lama che gocciolava di sangue, rimase lì a guardare il fuoco che scoppiettava davanti a lei.
«Arrendersi? Ai ralt? E magari unirsi a loro?»
Sibilò rabbiosa.
« Sono stanchi Maria, stanchi di questa vita, e stanchi di sperare in qualcosa che forse non arriverà mai.»
Maria tranciò di netto la testa dell’urtek con il coltello e la gettò nel fuoco. La osservò consumarsi e bruciare.
«Non giustificarli Lehner. Dimmi chi sono che ci penso io…»
Lui la guardò e sospirò. Probabilmente pensava che fosse solo una stupida ragazzina.
«Non biasimarli, non sappiamo nulla della guerra, per quello che ne sappiamo, l’Impero ha perso e gli altri pianeti sono stati occupati dai ralt.»
Maria si girò lentamente e lo guardò nel suo unico occhio buono. Non le importava nulla dell’Impero, della terra e degli altri ottanta mondi che lo formavano, li avevano abbandonati, dopo che sette anni prima i ralt avevano occupato Xipe. Certo, avevano fatto un patetico tentativo di sbarco, ma erano stati sconfitti, quindi valevano meno di niente.
«Non starai pensando anche tu di arrenderti vero?»
Sibilò agitandogli il pugnale davanti all’occhio. Lehner non fece una piega, limitandosi a scuotere la testa.
«Certo che no, preferisco morire libero, ho visto che cosa fanno ai prigionieri…»
«Bene, che gli altri vadano pure via allora, rimarremo io e te.»
Disse lei posando il coltello e infilando l’urtek oramai scuoiato e pulito su un bastone di legno, per poi metterlo sul fuoco. Il grasso della carne iniziò quasi subito a sfrigolare emettendo un nauseabondo odore di marcio. Lehner le mise una mano sulla spalla e le disse mestamente.
«Vorrei poterti offrire di meglio di una morte del genere, hai una vita intera davanti.»
Lei si morse un labbro, ma non rispose. Non conosceva altra vita che quella. Il passato, la casa, i suoi genitori, le feste di compleanno, l’olovisore, non erano altro che schegge di un passato spezzato, ed impossibili da ricomporre.
Un’altra figura emerse dall’oscurità, un uomo basso, con una barba nera e i capelli che si stavano rapidamente diradando.
«Ernest… vuoi favorire?
Chiese Maria con un sorriso, sollevando appena l’urtek, che a occhio era cotto a metà. Ernest la ignorò.
«Bernard sta morendo…» Disse rivolgendosi a Lehner. Maria non disse nulla, limitandosi a fissare il fuoco.
«Sta così male?»
Chiese Lehner con un sospiro.
«La spina ralt che si è preso l’anno scorso ha deciso di ucciderlo. O almeno credo, la gamba gli si è gonfiata e sta diventando nera, e l’odore… Beh inizia a somigliare a quello…»
Ernest indicò l’urtek.
«Non puoi fare nulla?»
«Con le medicine che ho qui? No. Potrei amputargli la gamba, anche se senza alcun antibiotico non penso servirebbe a nulla.»
«Ma gli daresti una possibilità.»
Ribattè Lehner in tono speranzoso. Ernest lo fissò e incrociò le braccia sul petto.
« Senti, lo so che ti dispiace perdere persone. Ma o muore stasera, o gli taglio una gamba e magari muore domani, e se non muore domani, abbiamo uno storpio da portarci dietro. Non abbiamo gambe artificiali qui, ne tanto meno colture genetiche…»
Lehner non disse nulla, abbassò la testa e sospirò. Maria rimase a guardarlo, sembrava un vecchio, un vecchio sconfitto, anche Ernest. La luce del fuoco che scavava solchi sui loro visi. Erano sconfitti, e se ne rendevano conto, quanto avrebbero potuto resistere? Un mese? Un anno? Poi sarebbero morti e nessuno lo avrebbe saputo. Guardò il fuoco che scoppiettava e lanciò una muta preghiera: chiese un miracolo.

 

Inizia il viaggio

Buon giorno a voi viaggiatori. Che cos’è Mondi Futuri, un qualcosa di semplice, è un blog dedicato alla mia serie di romanzi di fantascienza, il cui primo volume, “L’equinozio di Xipe” è in questi giorni in libreria edito dalla Leone Editore. In questo blog verranno pubblicati un poco alla volta, il materiale che costituisce il background dell’universo da me creato, troverete schede di veicoli, armi, pianeti, disegni e mappe, insomma tutto quello che mi è servito nella fase di preparazione del libro.

Spero che gradirete, e che questo vi invoglierà ad esplorare con me il mondo dell’Impero Umano.

Giovanni Oro